“E’ la condivisione nel dolore il primo gradino di liberazione”

Gesù sta per essere messo in croce. E’ solo. E’ stato abbandonato. Si porta sulle spalle le sofferenze del mondo, che non vorrebbe, ed è stato tradito dai suoi amici.

Non ha nulla. Più nulla!

Quante volte ci siamo sentiti così, devastati nell’animo, traballanti nelle convinzioni più profonde, soli, spogli, infreddoliti e al buio. Senza una luce davanti a noi.

Spero non vi capiti mai, ma succede. Potrebbe essere che il mondo non sia più un luogo che voi siate in grado di comprendere e vi sentiate talmente soli, che le persone che prima amavate ed erano intorno a voi, per qualche motivo, siano lontane, non vi riconoscano più, rinneghino ciò che siete, quello che siete stati, le cose che avete fatto, e il legame che con loro avete condiviso.

Ricordatevi di Gesù, a quel punto della vostra vita, ricordatevi della sua solitudine.

Lui ha la straordinaria forza di rimettersi nelle mani di suo Padre. Di quel Padre, che come noi, non conosce, ma intuisce sia lì ad aspettarlo e a strapparlo dalla sua fragilità.

Solo, abbandonato, sofferente, disprezzato, devastato nell’animo, crocifisso, distrutto dall’uomo, sanguinante, umiliato nel profondo, ha il coraggio di dire a Dio “Padre”, sia fatta non la mia, ma la tua volontà”

    Ho ritrovato, in quell’orto degli ulivi, in Terra Santa, tutta la disperazione dell’abbandono; quel desiderio di lasciar tutto, ma allo stesso tempo la forza dirompente di un messaggio di amore devastante. Un amore senza limiti, senza misura, che va oltre ogni nostro pensiero.

Non abbiate paura.

Chi ci ha voluto in questa storia non siamo noi, ma è Lui.

Ricordiamoci sempre che non siamo e non saremo mai sbagliati, perché siamo frutto dell’amore di quel Padre che ci osserva e ci ama ogni giorno.

In ogni caso, che siate forti o deboli, che siate riusciti o meno a sfruttare i vostri doni, voi siete e sarete sempre amati, chiunque siate oggi o sarete domani

Condivisione nel dolore

E’ il primo gradino di risalita dal fondo dell’abisso del grido disperato. Gesù si guarda attorno. E’ costretto a farlo perché richiesto da un duplice atteggiamento dei due “ladroni” che lo circondano.

   Le due facce del dolore: il rifiuto che diventa bestemmia da una parte, e dall’altra, la pacata accettazione del dolore: Noi siamo dannati a questa pena giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni… Egli invece non ha fatto nulla di male!” (Lc 23,39-43).

   Da questo sguardo di condivisione, Gesù si accorge di non essere solo. Di avere accanto qualcuno che soffre come e più di lui, perché soffre bestemmiando. Gesù invece grida, ma cerca. E incrocia il dolore dell’altro. Ed il dolore dell’altro lo tira fuori dal suo dolore, pur acutissimo.

   E’ l’Esodo: “…hai spezzato le mie catene!”.

   E’ la condivisione nel dolore il primo gradino di liberazione, sperimentato in tutti gli ammalati terminali, in tutte le crisi depressive.

   Sono i giorni in cui ti guardi attorno e scopri il dolore dell’altro.

 

Perché mi hai abbandonato?

   Gesù si trova nel culmine del suo dolore. Solo sulla croce, tra dolori acutissimi. Terribilmente solo. Tutto gli sembra fallito, tutto pare inutile e vuoto. Ogni cosa si è spezzata, ogni relazione è infranta.

Anche il dialogo con il Padre si è terribilmente interrotto. Non risponde. E’ muto. Ed allora, Gesù grida con voce forte: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?!” (Mt 27,46).

   E’ un grido quasi disperato che sale dal profondo. Non un’invocazione, non una preghiera, non un grido. Quello stesso che sale a Dio da ogni realtà di dolore cui si è impreparati.

   E di fronte al dolore non si è mai pronti! E’ l’anelito della Palestina oggi.  E’ il grido di tante nazioni in guerra, che pagano colpe che non hanno. E’ il grido di Auschwitz e della Shoah. E’ il momento di crisi di un fondatore o di una fondatrice. E’ il giorno dell’incomprensione nella vita di coppia, quando non ci si capisce più e si sperimenta amaramente la solitudine che ti inebetisce.

   E vorresti gridare, urlare follemente, perché il cielo si ricordi di te…!

   E’ stato definito, con un termine ormai famoso, “il Gesù abbandonato!”. Nulla più dell’ammalato, è questo stesso Gesù, nella triste notizia del tumore o nelle notti interminabili in ospedale.

Il dolore offerto per amore

“Donna, ecco tuo figlio… Ecco la tua madre!” (Gv 19,25-27).

   L’attenzione all’altro, liberante, si allarga ora sempre più. Dal ladrone pentito ora Gesù passa alla sua famiglia. A sua mamma, che condivide con lui, ai piedi della croce, quel mistero di iniquità. Dolore acutissimo per il figlio. Ma il doppio per la madre, come ogni cuore di mamma ha potuto sperimentare.

   L’amore rende fedeli sia Maria che Giovanni. Spinte diverse, ma unico gesto. L’umanità nuova sgorga sempre da una madre che offre il suo dolore. Per amore.

   La famiglia, ogni famiglia, nasce sempre da un dolore offerto per amore. Nessuna famiglia regge se non c’è questa disponibilità a donare per amore. Tutto.

   E’ troppo poco la simpatia, l’attrazione sessuale o affettiva, il trovarsi bene, il puro sentimento. Tutto fragile, tutto passeggero. Regge solo questo dolore condiviso ai piedi della croce, un dolore offerto per amore. “E da quel momento, il discepolo la prese nella sua casa”: ecco la famiglia dal cuore nuovo.

Tutto è compiuto

   “Tutto è compiuto!” (Gv 19,30)

   Gesù, dopo aver ascoltato il grido del ladrone, accompagnato il cammino della madre ed espresso il suo intimo tormento, rilegge la sua vita, quasi un disegno sull’arazzo del suo cammino umano.

E’ il ripercorrere tutti i passaggi, riannodare i fili, risistemare l’ordito nell’intreccio con la trama.

Ed egli si accorge che l’arazzo è completo, il disegno sistemato, rifinito nei particolari.

“Tutto è compiuto!”: cioè tutto ha avuto un senso, tutto è in sintonia con un progetto che il Padre ha tracciato per lui e che lui ha fedelmente e pazientemente portato a termine. Cioè compiuto.

Una vita compiuta, un’esistenza realizzata. E’ il grande sogno di ciascuno di noi.

   Qui Gesù ci insegna il metodo: ogni sera, nella preghiera di “Compieta”, tu puoi dar senso a tutti i tuoi gesti, a tutti i colori dell’esistenza. La compieta non è un semplice concludere, ma un dar valore ad ogni gesto, un raccogliere ogni frammento per farne un disegno “compiuto”.

Dio ti ha pensato. Ora ti completa.

Non sanno quello che fanno

Questo è un momento dolcissimo. Gesù invoca come Padre il suo Dio. E non lo fa per se stesso, ma per la sua gente, che egli ama pur se sono i suoi uccisori. Vede benissimo il loro male, coglie tutta la loro cattiveria. Ma giunge ad un vertice d’amore grandissimo, perché arriva a scusarli: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

   Il male resta ed è gravissimo sul piano oggettivo. Ma non lo è sul piano soggettivo, perché chi lo compie, purtroppo, non si accorge del male che sta facendo. E’ inconsapevole sul piano soggettivo.

   Gesù non si ferma all’esterno delle cose. Non guarda i fatti visibili, ma penetra fino al cuore di ogni cosa e sa leggervi dentro con quella forza che solo l’amore sa compiere. Perché l’amore penetra e arriva a scusare anche azioni gravissime, perché fatte senza una vera consapevolezza.

   Non si giustifica il male. Gesù lo soffre e lo condanna. Ma non ne scarica la vendetta su chi lo compie.

   E’ Gesù invece che nel suo morire lo assume in tutta la sua violenza. Ed il male si scarica su di lui, l’Agnello innocente condotto al macello, come avvenne per Geremia, che, non aveva però la stessa forza di perdonare, che invece ritroviamo in Gesù.

   Il profeta Geremia chiede a Dio che ricada sui suoi persecutori il male che essi compiono. Gesù invece chiede che Dio perdoni ai suoi uccisori, consapevole però che sarà lui  a pagarne il peso.

Immensa grandezza ed infinito amore!

Preghiamo

   Quando ci farai partecipare alle tue ore del Getsemani – abbi pietà di noi

   Quando dobbiamo riconoscere nelle ore dell’afflizione una partecipazione alla tua passione – abbi pietà di noi.

   Quando a noi, come a te, la volontà di Dio sembra dura e incomprensibile – abbi pietà di noi.

   Quando la tristezza e il turbamento, la nausea e la paura, ci assalgono, come fu per te – abbi pietà di noi.

   Quando siamo presi dal rimorso per le nostre colpe – abbi pietà di noi.

   Quando la santità e la giustizia divine ci riempiono di spavento – abbi pietà di noi.

   Quando dobbiamo espiare e fare penitenza per i nostri errori – abbi pietà di noi.

   Quando siamo chiamati a condividere le sofferenze del tuo corpo mistico, la chiesa – abbi pietà di noi.

   Quando l’egoismo ci tenta di sopravvalutare piagnucolando le nostre sofferenze – abbi pietà di noi.

   Quando siamo traditi, come te, dagli amici – abbi pietà di noi.

   Quando anche noi, come te, siamo privati  di ogni soccorso – abbi pietà di noi.

   Quando, come te, ci accolgono ostilità e odio – abbi pietà di noi.

   Quando il nostro amore, come il tuo, ci viene ripagato con l’ingratitudine – abbi pietà di noi.

   Quando il Padre pare non ascolti la nostra preghiera – abbi pietà di noi.

   Quando, nella notte del dolore, la luce della fede sembra oscurarsi – abbi pietà di noi.

   Quando nelle nostre vere “ore sante”, l’amore di Dio in noi sembra scomparire – abbi pietà di noi.

   Quando in noi non rimane nient’altro che la nostra più profonda miseria e la nostra estrema impotenza, insieme all’incomprensibilità di Dio – abbi pietà di noi.

   Quando cu assale, come fu per te, l’angoscia della morte – abbi pietà di noi.

 

                                                                                            Karl Rahner