Si è spento ieri sera all’età di 80 anni don Mario Picchi, anima e cuore del Centro italiano di solidarietà, da qualche tempo ricoverato all’ospedale Fatebenefratelli di Roma. Mentre molti esponenti del mondo politico e civile hanno manifestato il proprio cordoglio, gli operatori e le famiglie del Ceis, da anni in prima linea nella lotta contro la tossicodipendenza e non solo, lo hanno ricordato nella home page del sito web del Centro: “I nostri cuori ora sono gonfi di dolore e di nostalgia – scrivono – ti siamo grati per quello che ci hai insegnato, per l’esempio che ci hai mostrato e per la voglia di vivere che hai saputo restituirci”.”Se lei mi presenta un problema, allora posso affrontare il problema e posso già anche fare qualche cosa, perché domani sia un giorno migliore”.

Non si scoraggiava mai, don Mario Picchi, animatore instancabile del Ceis, il Centro italiano di solidarietà da lui stesso fondato nell’ormai lontano 1969. La sua proposta era molto semplice e si condensava in due parole, “Progetto Uomo”:

“Ci siamo incontrati con il problema della droga senza sapere cosa fare e quindi ci rivolgevamo a medici, cliniche, insomma, a qualcuno che ci desse una mano. Abbiamo cominciato un po’ a girare, anche andare a vedere all’estero cosa si faceva, e abbiamo creato questa Associazione, il ‘Centro italiano di solidarietà’, e poi abbiamo cominciato a imitare. Ma la mia idea era quella di mantenere vivo il rapporto umano”.

Si tratta di mettere l’essere umano al centro della storia, protagonista affrancato da ogni schiavitù, ma proteso al rinnovamento interiore, alla ricerca del bene, della libertà e della giustizia. Credeva in ogni creatura umana, don Picchi, indipendentemente dalle sue qualità, cultura e livello sociale, e credeva che in ognuna di esse fosse possibile la risurrezione. Il suo progetto, infatti, non è una terapia o un metodo, ma la valorizzazione delle identità delle persone, perché è attraverso l’Uomo che si conosce Dio. Insieme con lui, ci hanno creduto in molti, visto che il Ceis, da quel primo palazzo nel centro storico di Roma, donato all’epoca da Paolo VI, si è diffuso in tutto il mondo, come raccontava lo stesso don Picchi ai nostri microfoni l’anno scorso, in occasione del 40.mo anniversario del Centro:

“Siamo partiti dalle strade di Roma per arrivare, ormai, in tutti i continenti. Noi andiamo a portare un interesse nuovo sull’uomo: anziché guardare ai problemi, guardiamo all’uomo”.

Una vita a servizio degli ultimi: tossicodipendenti, ma anche bambini, extracomunitari, persone senza fissa dimora, malati di Aids. Ma don Picchi era innanzitutto un prete, originario di Pavia, per dieci anni viceparroco di paese, poi la venuta a Roma, dove ricoprì l’incarico di cappellano del lavoro presso la Pontificia Opera di Assistenza e qui l’incontro, folgorante, con i giovani. In occasione dei 50 anni di sacerdozio, nel 2007, aveva voluto condividere con noi il percorso della sua vocazione:

“È stata tutta una scelta volontaria quella di diventare prete e poi è stata, ogni giorno, un’alba nuova a mettermi nelle mani di Dio e lasciare lavorare lui, essere più duttile possibile, magari deludendo un po’ anche il Padre Eterno. Veramente non ero partito con l’intenzione di occuparmi della droga, ma volevo vivere in mezzo ai giovani”.