Don Matteo: “Ad attirare non e’ la bravura, ma la bellezza di essere credenti felici”

Il punto in cui siamo sfidati, a livello teorico, è quello di rompere l’incantesimo contemporaneo per il quale Dio non c’entra con la felicità umana e per fare questo abbiamo bisogno di adulti credenti felici. E poi abbiamo bisogno di “smontare” e rimontare tutti quei meccanismi ecclesiali che avallano l’idea che Dio sia un problema della Chiesa e dei preti. Penso al rapporto catechesi e sacramenti, al rapporto liturgia e preghiera e infine al rapporto tra amministrazione e accompagnamento.
Per questo vi invito a riflettere: siamo sicuri che l’unico modo per organizzare il vissuto feriale delle nostre comunità sia unicamente quello della celebrazione della messa e la preghiera del rosario? Siamo sicuri che l’unico modo per fare memoria del giorno festiva/festosa del Signore sia quello di aumentare il numero di celebrazioni della messa? Siamo sicuri che non lasciando alcun prete libero, la domenica, per ascoltare, accompagnare nella riscoperta della fede cristiana, vuoi pure per confessare questi giovani, sia il modo migliore per impiegare le nostre energie? Ci sentiamo davvero apposto per quel che riguarda il nostro impegno e la nostra presenza ecclesiale nella scuola e nell’università? Non è troppo poco affidarsi quasi esclusivamente all’efficacia delle GMG, esperienze in sé positive?
 
Il grande compito che ci attente è già detto: la riabilitazione degli adulti a quella forma originale e non surrogabile di testimonianza felice della convenienza della fede per le nuove generazioni. Abbiamo bisogno di adulti felici di credere.
 
Da qui la grande sfida del futuro del cristianesimo: ritornare all’annuncio di Gesù, misura felice dell’umano. Gesù è un uomo infinitamente felice d’essere al mondo: dobbiamo recuperare e rilanciare la forza magnetica della sua vita e della sua parola. Dobbiamo annunciare di nuovo il Dio di Gesù che è un Dio della festa, un Dio che trova la Sua gloria, come dice Sant’Ireneo, nell’uomo che vive in pienezza. E allora: quanta Bibbia c’è nella vita delle nostre parrocchie? Che tipo di liturgia viviamo? Non testimonia la terribile espressione – una specie di bestemmia – “animare la liturgia” che abbiamo piuttosto “ammazzato” la liturgia? È un’esperienza di bellezza, la nostra liturgia, secondo il titolo di un famosissimo testo di P. Florenskij, Bellezza e liturgia?
 
Sì, di bellezza dobbiamo tornare a parlare, di bellezza dobbiamo tornare a commerciare. È la bellezza che attira, come avevano scoperto i teologi del Medioevo: kalos kalei (il bello chiama, pro-voca). Come Chiesa – dice spesso p. Marco Rupnik – noi siamo anche molto bravi, ma la bravura non attira nessuno. Ciò che attira è la bellezza.
 
Per fare questo bisogna mettersi in ricerca, bisogna mettersi in dieta: facciamo troppe cose, come Chiesa, ma sono belle?  E le cose belle che dovremmo fare sono belle davvero? I canti, le preghiere, gli incontri?
 
Dunque, dobbiamo metterci in cammino: non bisogna solo attendere i giovani. Loro stessi non sono fermi. Moltissimi di loro sono appunto inquieti.